Sull’ ARA PACIS
Questa grande opera pubblica costata la non trascurabile somma di quasi 17 milioni di euro secondo stime di Italia Nostra, (preventivati 5,6) non sembra riscuotere grandi consensi da parte di coloro che hanno visitato il museo. Giudizi taglienti sono arrivati da più parti su quello che i romani chiamano già “la pompa di benzina” in effetti non si può non concordare col principe Carlo D’Inghilterra sul fatto che la costruzione mal si adatta ad una città con una storia così unica.
Il progetto affidato direttamente all’ architetto americano Richard Meier, un ottimo architetto americano, ma insensibile all’ambiente della Roma storica, è quanto meno esagerato e fuori contesto, è diffuso il desiderio di lasciare la propria impronta, come se il contenitore fosse più importante del contenuto, comunque, e ciò senza considerare l’ambiente circostante e la storia. Roma non appartiene a una giunta comunale ma è parte della cultura mondiale.
Se come opera in se potrebbe essere pure accettabile, almeno che non la spaccino per opera futurista e moderna in quanto tali manufatti erano già in auge prima che nascesse Meier, il grande architetto Frank Lloyd Wright aveva dato prova già di costruzioni ardite e rivoluzionarie, cercò di liberarsi dalla tradizione architettonica europea che a suo dire era stantia e polverosa.
Portò nelle sue progettazioni influssi orientali e maya ed inca. In un ambiente urbano con scarsi riferimenti storici se non addirittura nulli come le città americane, dagli anni 20 in poi, in continua crescita, era naturale inserire manufatti che ben si collocavano nel contesto cittadino, basta dare uno sguardo alla produzione dell’ architetto per rendersi conto di come si incastrino in una logica di coerenza architettonica.
Da noi improvvisamente è stata premiata una architettura spettacolare, megalomane e spesso autocelebrativa, architetti di tutti i paesi hanno avuto carta bianca nel mutare profondamente le nostre città orgogliosamente conservate per decenni,anche se non sempre in maniera adeguata. Costruzioni di vetro e titanio con costi di manutenzione altissimi, bilanci energetici squilibrati, vivibilita’ dubbia, compatibili solo con poche funzioni o addirittura nulle.
Senza riguardo per piccoli o grandi centri. Ci sono esempi di tali disastri sotto gli occhi di tutti. Chissà perché un’opera architettonica che graverà comunque per molti anni sul panorama cittadino debba per forza essere “moderna” all’insegna del più è strano meglio è. Non si portino esempi strascicati dalla pittura o altro, se è vero che una foglia non è più solo verde dopo l’impressionismo, è anche vero che, chi non la vuol vedere non la vede. IN un museo non si è costretti ad andarci, un brutto edificio lo si subisce per decenni.
Anche la torre Eiffel suscitò riserve e dubbi con proteste e voglia di demolizione, oggi è il simbolo di Parigi, è vero, ma essa nacque con un obiettivo preciso, che centrava il bisogno di esaltare la modernità che quella esposizione internazionale andava celebrando.La storia è lunga e nota. Ma un edificio, nato, contestato e poi amato non è la regola, è l’eccezione, se una cosa è brutta rimane brutta, se sbagliata resta sbagliata.
I sostenitori dell’opera di Maier ritengono che per poter giudicare a pieno si dovrà attendere il completamento di tutti i lavori e che riguarderanno profondamente la piazza e il lungo Tevere. Bene ci sarà da attendere ancora, nel frattempo cercheremo di farci “l’occhio”.
L.C.
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