Il Vaticano sfida l' arte contemporanea

IL CASO NEL 2011 LA SANTA SEDE APRIRÀ UN PADIGLIONE ALLA KERMESSE VENEZIANA, GIÀ SEDE DI SCANDALI

Monsignor Ravasi: «È necessario il dialogo, andremo alla Biennale»
Nel 2011 la Biennale d' arte di Venezia avrà, per la prima volta, anche un padiglione nazionale dello Stato Vaticano. Il presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, l' ex prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano monsignor Gianfranco Ravasi, ha preso questa decisione con l' appoggio del ministro Sandro Bondi e del presidente della Biennale Paolo Baratta. Una decisione con la quale, di fatto, lancia una crociata su uno dei terreni attualmente più ostili alla Chiesa cattolica: quello dell' arte contemporanea.

Un terreno densamente popolato da Madonne che piangono sperma (Bologna), da Ultime Cene con apostoli che si masturbano (Alfred Hrdlicka a Vienna), di Papi circondati da falli (gruppo americano Gran Fury alla Biennale di Venezia) o in reggicalze («Miss Kitty» di Paolo Schmidlin alla mostra non aperta «Vade retro» a Milano), donne crocefisse (Maurizio Cattelan alla chiesa di Sankt Martin a Pulheim nel Nord Reno-Westfalia) e rane crocefisse (Martin Kippenberger a Bolzano). Ovvero popolato da veri (Andrès Serrano, «Piss Christ») e finti scandali religiosi allo scopo di far parlare di sé. «Dopo che ho accennato, a giornali stranieri, all' opportunità che la Chiesa torni a pensare al mondo dell' arte - afferma Ravasi - non passa giorno in cui vescovi o artisti mi chiamino per dirsi interessati o per suggerire orientamenti.

Da qui la decisione di partecipare alla Biennale per rendere note le forme di dialogo possibili tra Chiesa e arte contemporanea. Ma non nella prossima edizione della primavera 2009 perché non c' è abbastanza tempo». L' intenzione non è quella di sviluppare un dizionario iconografico per la Chiesa del terzo millennio. «Il problema è che, mentre l' architettura sacra è riuscita ad effettuare il passaggio alle forme della modernità sin dai tempi di Le Corbusier e, poi, a quelle della contemporaneità, come mostrano le chiese di Richard Meir, Tadao Ando, Mario Botta e altri, non è stato così per l' arte figurativa. La Chiesa avrebbe potuto acquistare negli anni Sessanta, ad esempio, la "Crocifissione" di Joseph Beuys: sarebbe stato un segnale di apertura, ma non siamo andati in questa direzione.

E così, nelle chiese di architettura contemporanea, i parroci spesso collocano all' interno riproduzioni di grandi quadri religiosi del passato in stile Guido Reni oppure opere di semplice artigianato perché non ci sono proposte in linguaggio contemporaneo di arte sacra». Senza pretese di un ritorno ai tempi gloriosi di Giulio II o Leone X, quando in Vaticano lavoravano contemporaneamente Michelangelo e Raffaello, «si tratta di incominciare un dialogo con gli artisti di oggi che potrebbe servire anche per rinnovare l' interno delle nuove chiese che sono nate dopo il Vaticano II». Detto che a papa Benedetto XVI le nuove chiese assembleari non devono molto piacere, vista la reintroduzione della possibilità per il celebrante di dare le spalle ai fedeli, è complicato anche trovare a chi affidarsi nell' arte figurativa.

Visto che i soggetti religiosi sono stati tra i bersagli preferiti dei «creativi» degli ultimi decenni. Prendiamo il caso delle rivisitazioni dell' «Ultima Cena» di Leonardo: nel 1972 un celebre collage di Mary Beth Edelson intitolato «Some Living American Women Artists» mette al posto di Gesù la pittrice degli anni Venti Georgia O' Keeffe; poi l' artista Renée Cox si è posta nuda al posto di Gesù; quindi Brigitte Niedermair ci ha messo delle modelle al posto degli apostoli; anche Andreas Sachsenmaier ci ha messo donne, Vanessa Beecroft delle modelle anoressiche mentre Lachapelle ne ha fatta una versione hippy-gay. «Penso che il nostro padiglione possa essere composto da pochi artisti di tutti i continenti - afferma Ravasi -. Certo non potremo aprirlo ai Giardini di Venezia di fianco a chi espone arte provocatoria.

Ma il Patriarcato di Venezia ha spazi disponibili per noi». Sugli artisti a cui si potrebbe affidare l' incarico di realizzare nuove opere da esporre in Biennale, Ravasi non si sbilancia, ma lascia trapelare alcuni nomi. «L' obiettivo è quello di instaurare un dialogo con l' arte contemporanea per stimolare gli artisti a cimentarsi su soggetti spirituali e simbolici capaci di provocare. Non penso a un' arte costruita ad hoc per la liturgia. Tra gli artisti che io apprezzo per la loro ricerca simbolica ci sono, ad esempio, l' americano Bill Viola, l' indiano Anish Kapoor e il greco-italico Jannis Kounellis». Tra questi Bill Viola è quello che, con «The Emergence» del 2002 (citazione da Piero della Francesca dove il concetto di attesa della resurrezione di Cristo si combina con quello di deposizione) e con «The Passions» del 2003 si è forse più avvicinato a contenuti spirituali e simbolici.

Per sceglierli in vista del 2011, comunque, Ravasi pensa a un comitato snello, del quale potrebbero certamente far parte l' attuale direttore dei Musei Vaticani, l' ex ministro Antonio Paolucci, e l' ex direttore degli stessi musei, Francesco Buranelli. Paolucci conferma: «Collaboreremo, per ora siamo solo alla fase della proposta». Ovviamente positiva la reazione del presidente della Biennale, Paolo Baratta. «Giustamente monsignor Ravasi ha una certa prudenza nell' entrare in questo settore, e ciò significa che crede veramente nel confronto con l' arte contemporanea e con un' istituzione come la nostra. Trovare un padiglione sarà il minor problema. La Biennale ha già affrontato il tema del sacro, ma soprattutto nell' architettura. Quello di Ravasi è un gesto di coraggio e di grande interesse internazionale: il problema del divino nell' arte è sempre stato un tema forte; solo negli ultimi anni si è affrontato con un po' di timidezza. Ora si apre una grande opportunità».

Panza Pierluigi

Fonte :
Corriere della sera.it


 
Copyright 2001-2010 © Associazione Culturale OmniArtis - info@omniartis.com